Sto leggendo in questo momento la requisitoria che il procuratore Gatto sta
facendo al Processo contro dell'Utri. Sembra una persona posata, un borghese
liberale da quadro di Induno, ma nella moderazione del suo aspetto, ha parole
rivoluzionarie verso quei giudici che sono stati piu' volte nella bocca di
politici e giornalisti in questi giorni.
"Oggi è il potere ad essere giudicato.Oggi dovete prendere una decisione storica che attiene non solo alla storia giudiziaria ma alla storia del Paese. Con la vostra sentenza si potrà costruire un gradino, salito il quale si possono percorrere ulteriori scalini per accertare la verità che ha dilaniato e insanguinato il nostro Paese. Non vi invidio". Le parole di una arringa, si sa, sono spesso piene di significato solenne, talvolta suonano addirittura tronfie o caricaturali se dette con postura da Vittorio Gassman. Ma non credo che questo sia il caso.
Credo invece che questo possa essere il vero giro di boa giudiziario della
Seconda Repubblica, un avvenimento giudiziario a memoria comparabile
con il processo Enimont celebrato a Milano nel 92-93. Anche in quel caso un
processo penale, allora per corruzione e finanziamento illecito, e' stata
l'occasione per far conoscere ancora di piu' (se questo fosse stato
necessario...) il sistema partitico della Prima Repubblica. Una sorta di
grimaldello che e' riuscito a far sfilare alla Procura di Milano il gotha del
mondo politico ed economico italiano, e senza che nessuno lamentasse, allora, un
legittimo impedimento.
La pregiudiziale che a questo punto dell'analisi solleverebbe chi ha inventato ed utilizza l'etichetta di "giustizialista" (passa il tempo ma io devo ancora capire a cosa si riferiscono questi signori con questo appellativo), è che per l'ennesima volta le procure, più o meno politicizzate, si sono messe a fare politica per sovvertire il mandato popolare dato dagli elettori ai loro rappresentanti.
Si sente ormai da tempo questa espressione, e devo dire che me ne sono quasi convinto anch'io, ma per ragioni diverse.
Se per fare politica s'intende il senso ultimo di fare il bene della polis, è probabile che questo sia corretto. Ma più profondamente, il problema è quello (tutto italiano) dell'impossibilità di distinguere il livello della responbilità politica da quello di responsabilità penale. Se vi fosse un alto senso di responsabilità politica delle nostre classi dirigenti, senza che si debba aspettare l'ormai celeberrima sentenza definitiva, probabilmente non sarebbe necessario arrivare alla corte di un tribunale per giudicare a livello (anche) storico le azioni di qualsiasi politico. Ma in Italia, come dicevo, non è così.
Allora, la necessità di fare chiarezza passa per forza per un provvedimento giudiziario, che la maggior parte delle volte è di ordinaria amministrazione, ma che per alcuni casi (come quello dell'Utri) diventa la decisione su un'intera fase politica. Non credo che la magistratura si prenderebbe volentieri questo fardello, se la politica fosse capace motu proprio di risolvere questioni di moralità e buona amministrazione della cosa pubblica. Ma si sa, finchè non si ha l'acqua alla gola...
domenica 27 giugno 2010
giovedì 13 maggio 2010
La Nazione delle Liste - Riflessioni a margine del Caso Anemone
Vi era un tempo, in Italia, in cui Mussolini stilava dei dossier sui gerarchi del Partito Nazionale Fascista, in modo da poter controllare, secondo lui più efficacemente, il dissenso interno. Questo non era certo un metodo sbagliato, perchè un prototipo italiano come il Duce, aveva capito meglio di chiunque altro all'interno di quali alambicchi è distillata la forma mentis dell'italiano medio.
Con l'avvento della democrazia repubblicana, l'utilizzo dello strumento del dossieraggio mantiene comunque un suo certo fascino, e non è un caso se al Divo di Paolo Sorrentino ad un certo punto del film fa recitare questo monologo: "Nel corso degli anni mi hanno onorato di numerosi soprannomi...ma non ho mai sporto querela. Per un semplice motivo. Possiedo il senso dell'umorismo. Un'altra cosa possiedo: un grande archivio, visto che non ho molta fantasia. Ed ogni volta che parlo di quest'archivio, chi deve tacere, come d'incanto, inizia a tacere".
Il senso di queste parole attribuite ad Andreotti, riescono nuovamente a dare il significato della complessità del rapporto col potere con quell'umanità che vi gira attorno. Con una differenza sostanziale rispetto al Ventennio: la necessità di una patente di rispettabilità politica che all'interno di una dittatura si rispecchia solo con l'autorevolezza del Capo. Nel governo del démos, questo diventa inaccettabile, e si presenta la necessità che un'intera collettività goda di una moralità che diventa appunto moralità pubblica.
Da qui il passaggio alla Lista, come strumeto di lotta politica che accomuna nomi, date di nascita, numeri di tessere o somme di denaro. nel corso della storia repubblicana le liste salite agli onori della cronaca sono state diverse. Per citarne le più importanti, e paradigmatiche ai fini di un'analisi, mi vengono in mente quella della P2 e quella del dossier Mitrokhin.
E' arcinoto quanto è successo nel 1981, ossia nel momento in cui da Castiglion Fibocchi, vicino a Pistoia, venne resa nota la lista degli appartenenti ad una fantomatica loggia massonica a quasi uso esclusivo di Licio Gelli. Molto si sa di quante e quali reazioni ha avuto l'opinione pubblica in quel momento. Meno si sa delle reazioni umane dei personaggi coinvolti, che spaziano dalla negazione degli addebiti (Longo, ex segretario del PSDI), alla rivendicazione della bontà della loggia quale strumeto rafforzativo della volontà democratica (Cicchitto, si...quel Cicchitto).
In ogni caso, si era potuto assistere ad un atteggiamento generale di "smarcamento" nei confronti della P2, al punto tale che lo stesso Gelli si è anche recentemente lagnato di questo comportamente. La percezione dell'opinione pubblica del vincolo di segretezza non si ritiene più accettabile. Pertanto si tenta, alfine di screditare anche chi non ne era membro, di far passare il messaggio che la lista degli appartenenti non era completa (è il caso del generale Dalla Chiesa).
Meno interessante ma più nazionalpopolare è il caso Mitrokhin. L'attesa della soluzione di un caso praticamnte inesistente da parte di una Commissione parlamentare d'inchiesta che ha lavorato per anni sul nulla, ha fatto sì che gli italiani stessero per molto tempo in attesa di una nuova Lista, di un nuovo scandalo, di nomi e cognomi da pronunciare con incredulità.
Qanto è avvenuto in questi giorni, ed in particolare oggi, con la pubblicazione dei nomi di chi ha ricevuto favori da Diego Anemone, altro non è che l'ennesima riproduzione della prouderie tutta italiana di voler guardare dal buco della serratuta, alla ricerca di quel peccato originale che fa poi assomigliare il potente all'uomo della strada.
Può essere salutare, in questa prospettiva, un metodo informativo che illumini le parti oscure del potere quando esso esce dai suoi binari. Ma c'è un ma. C'è l rovescio della medaglia, dato dal fatto che la capacità d'analisi di un collettvo si squaglia e non funziona a fronte di nomi, cifre che nel giro di qualche giorno non occuperanno più le prime pagine della cronaca. A maggior ragione se quel collettivo si chiama Italia.
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